giovedì 24 febbraio 2011

L'alienazione del Rock'n Roll

E' uno degli elementi caratteristici di molti, moltissimi artisti rock e dintorni. L'alienazione, il non sentirsi parte di qualcosa, l'estraneità di fronte al conformismo, ed il desiderio di evadere.

Da sempre, la musica rock è stata mossa dalla continua ricerca di nuove emozioni, di nuove esperienza, di abbattere ogni barriera che vi si ponga davanti.

Citando Star Trek, quello del rock, è un compito simile all'Enterprise : Arrivare là, con coraggio e determinazione, dove nessuno è mai stato fin ora.

E' una caratteristica comune di tutti i maggiori influenzatori, da Hendrix a Gilmour, di sperimentare ed andare oltre, senza fermarsi, fini a se stessi, ripetendo ciò che si è già conquistato, senza nulla togliere agli AC/DC ovviamente...

E' questo senso di smarrimento, di continuo bisogno di allargare le porte della percezioe, che ha condizinato artisti del calibro di Jim Morrison .



E' qualcosa che Huxley aveva predetto già 10 anni prima la rivoluzione psichedelica di San Francisco.


Qualcosa di fantastico e di orribile allo stesso tempo. Qualcosa che si ama e che si odia insieme. Qualcosa di cosi potente ed infinito che non si può quasi razionalizzare al nostro pensiero.

E' anche il sentimento che possiamo trovare nei generi piu "disturbati", della rivoluzione dei '90.

C'è nella ferocia animalesca del Grunge dei Nirvana, dei Pearl Jam e degli Alice In Chains. Ne parlano gli Smashing Pumpkins, i Sonic Youth ed i Nine Inch Nails, ed è uno dei motori dei Kyuss, spint dalla desolazione visionaria del deserto della California, dei Monster Magnet, nella continua ricerca di sperimetazione, e negli Sleep, nella fusione di una psichedelia pesante.

Alienazione vista come punto di riflessione, come una soglia da oltrepassare, da sconfiggere, e con cui convivere.

E' una sensazione profondamente ispiratrice, ed ha connotazione quasi romanticistiche, nella contemplazione della sconfinata potenza di una forza a noi superiore...

domenica 20 febbraio 2011

Dopes To Infinity

Salve a tutti amici. Quest'articolo servirà per fare il punto della situazone fin ora. Inanzitutto, sappiate (per chi non lo avesse ancora capito) che l'articolo precedente (Steve The Rock) era un semplicissimo falso di compleanno, ovvero, una celebrazione volutamente esagerata di un personaggio comunque fondamentale per l'hard rock in Versilia (Probabilmente, metà degli attuali rocker versiliesi non esisterebbe senza di lui), ed augurimo ancora gli auguri a Steve!
Riguardando indietro il blog, mi sono accorto che vi è sempre piu una schematizzazione delle cose. Solo recensioni di dischi e buona notte, come se la musica che ascoltiamo potesse fermarsi qui. Perciò ho deciso, a partire da questo mese, di ampliare i campi d'azione del sito, includendo recensioni di film musicali (Blues Brothers, School Of Rock, Dazed And Confused, Detroit Rock City, per intenderci) libri, scrittori o poeti inerenti la filosofia rock'n roll, riflessioni occasionali e quant'altro, ruotando comunque, sempre intorno alla solida base dei buon vecchi dischi, cambiando però piu frequentemente, il tipo delle recensioni (piu brevi e sinteti insomma, inutile perdere tempo nelle descrizioni troppo accurate, togliendo il gusto dell'ascolto).
Spero che questa inizativa venga apprezzata, e spero di continuare a scrivere su questo piccolo spazio, ancora a lungo, non tanto con l'illusione di essere letto, ma con la speranza di esprimermi.

G.

mercoledì 26 gennaio 2011

Steve The Rock

Salve a tutti, e bentornati! Benvenuti ad uno degli articoli piu importanti di questo sito, per tre motivi, i primi due ve li dirò ora, per l'ultimo dovrete aspettare qualche giorno.

Allora, prima di tutto quest'articolo deve il suo prestigio, al fatto che è uno dei pochi ce in tutto il web, ricordano una delle figure piu importanti del rock mondiale. Infatti, ho notate con dispiacere, che quasi nessuno ricorda questo personaggio nei grandi manuali del rock'n roll, e probabilmente nemmeno voi lo avrete mai sentito: stiamo parlando, di Mr. Steve the Rock!
Steve nacque a Tuscaloosa, in Alabama, il 27 gennaio 1950, sotto il nome di Steven Landreth, da genitori italo-americani. La sua scalata nel mondo del rock iniziò molto presto, quando, nel 1957, Elvis Presley vene in concerto a Tupelo, in Mississippi, dove il giovane Steven stava passando le vacanze. Da li, fu l'inizio di tutto. Steven cominciò a frequentare giovani e talentuosi musicisti, cominciando ad approfondire le radici della musica Gospel e Blues, oltre al Rock'n Roll. Tra gli anni che vanno dal 1960 ed il 1968, Steven viaggia attraverso l'europa, visitando la sua terra di origine, la versilia Toscana, stringendo amicizia con alcune delle personalità piu importanti del futuro panorama rock italiano, in particolare col fotografo Luca Silvestri, che deciderà, negli anni successivi, di seguirlo nei suoi viaggi. In questi anni, visitò molto spesso Londra, e fu partecipe dei primi concerti dei Rolling Stones, dei Kinsk, degli Small Faces e degli Who, e si narra, che proprio lui che, parlando con Pete Townshend dopo un concerto, suggerì al geniale chitarrista inglese, l'idea di una Rck Opera, ricordandolo anche in un intervista del 28 setembre 1968, con il giornalista di Rolling Stone, Jenn Wenner:

Pete Townshend: "Sai, fose non ci crederai, ma ho intenzione di scrivere un concept album deicato ad un ragazzo sordo, cieco e diabile....è ..è semplicemente assurdo penserai... ma, MIO DIO! una ROCK OPERA! non avrei mai potuto ideare qualcosa del genere, mai. Sono stato fortunato a incontrare quel giovane italo americano al Marquee di Londra.... se non mi avesse suggerito quest'idea, probabilmente ora sarei a suonare con i Monkees!"

A questo punto, Steven aveva capito quale era la strada che piu lo rappresentava: quello di produttore musicale. Da Londra, partì nel luglio 1969 per New York, e fu là, che nell'agosto dello stesso anno, ideò la possibilità di un festival musicale ed artistico insieme a Michael Lang, ciò che entrerà nella leggenda come il festival di Woodstock, ch fu reso possibile solo grazie alle sue molteplici conoscenze.


Ma l'intuizione di Steven non si fermò qui. Trascorso il successo monumentale del festival, Steven rinracciò un gruppo emergente che si distingueva per la fusione di Hard Rock e blues, e che stavano impazzendo in tutta l'America. Loro erano gli Zeppelin. Led Zeppelin.

Steven (che ormai era diventato noto come Steve the Rock) strinse subito grande amicizia con Jimmy Page, e suggerì piu volte alcune sue idee che riscosserò grande successo. Fu infatti per merito di Steve The Rock che Robert Plant e Jimmy Page focalizzarono la loro attenzione sugli stacci elettrici acustici di pezzi come Over The Hills And Far Away, That's My Way e Stairway To Heaven.


A questo punto (siamo nel 1971), la leggenda di Steve the Rock era iniziata. Steve divenne immediatamente uno dei produttori piu presigiosi e ricercati del panorma rock. Aveva solo 21 anni, ma vide giusto in tante occasioni.

Fu proprio lui, che in questi anni, si affiancò a nomi come Lynyrd Skynyrd, i quali gli dedicheranno proprio Sweet Home Alabama, nonostante siano un gruppo della Florida, i Pink Floyd, che gli devono tuttora il successo di Wish You Were Here, e sostenne anche artisti come i Jethro Tull ed i Ten Years After.

Nel 1974 prese sotto la sua ala gli UFO, appena dopo l'ingresso del genio della chitarra, Michael Schenker, a cui suggerì l'uso di una Gibson Flying V, chitarra che Steve The Rock ha sempre reputato essere la migliore al mondo, ben piu che una banale fender stratocaster o di una Les Paul.

Sempre a lui si deve l'adozione di un immagine ai limiti dell'eccesso e dell'eccentricità di David Bowie (molti ed eminenti critici Rock come Arnold Green o Peter L. McBac sostengono che l'opera Ziggy Stardust abbia com soggetto Steve The Rock)

Questi furono gli anni d'oro, in cui Steve poteva dirsi tranquillamente, figura cardine di gran parte del panorma Hard Rock mondiale. Ma purtroppo, negli anni 80 le cose degenerarono. I Led Zeppelin si erano sciolti, e Steve ne era rimasto altamente turbato, gli Who avevano perso Keith Moon, il suo grande amico Michael Schenker aveva abbandonato gli UFO, Il suo compagno di bevute Bon Scott era morto, e il nome di Steve cominciava a cadere nell'ombra.

Durante la prima metà degli '80, Steve rprese a girovagare per il mondo alla ricerca di nuovi talenti, concedendosi saltuariamente, visite ai vecchi amici dei '70, insieme al compagno e fotografo Luca Silvestri, i quali videro il pontenziale di un gruppo emergente proveniente dall'inghilterra. Loro, erano gli Iron Maiden.
Tuttavia, ormai Steve era profondamente deluso dal panorma musicale degli anni 80, che sembrava aver perso la passione per il rock'n roll.

Le cose migliorarono col finire del decennio. Steve the Rock, in viaggio a Seattle, conobbe un giovane musicista che stava facendo notizia grazie al suo stile potente ed aggressivo. Si trattava di mr. Kurt Cobain. Steve the Rock legò immediatamente col giovane musicista, ed insieme crearono ciò che sarebbe uscito come Nevermind, uno dei dischi piu innovativi della storia. Con queste parole, Kurt ricordò Steve the Rock nel febbraio 1994, poco tempo prima di togliersi la vita.
Kurt Cobain :" il panorma degli ottanta era alla deriva. La gente impzziva per l'hair metal e per la disco, e tutto stava diventando finto e superfluo. Stavo perdendo passione amico, non riusciv piu a capire perchè dovess andare avanti per quella strada...poi...un giorno arrivò quest'uomo, Steve the Rock, un autentico messia del Rock'n Roll. Venne da me e disse: Fai Grunge. Mio Dio che genialità!"

In questi anni, Steve the Rock cominciò anche una discreta carriera come cantante, col suo stile tipcamente shoegaze, Steve And the Butterfly's Wings incendiava gli stadi di tutto il mondo.



Nuove collaborazioni si strinsero, e molti artisti del passato chiesero il suo appoggio per il rientro in scena, come Dr. John, con la quale Steve si esibì al New Orleans Jazz'n Punk festival, oppure Ozzy Osbourne, che proprio da Steve prese l'idea di mangiare un pipistrello.


Ozzy Osbourne :" ero veramente a corto di idee. Il mio ultimo disco era stato un fiasco, ed avevo bisogno di una nuova idea per andare avanti. Chiamai The Rock, che mi disse candidamente - trucida un bel pipistrello sul palco. Vedrai, andrà alla grande!- .

Sul momento mi sembrava un idiozia....ma alla fine fu grandioso!"










Nel 1991 inoltre, Steve The Rock si sposò con la regina del proto deah folk punk-pop, Crystal Chrissy, con la quale è tuttora legato.



Per quel che riguarda gli ultimi anni, Steve continua ad essere tra i massimi eponenti del panorama hard'n blues metal del mondo, grazie ad una cerchia di fedeli collaboratori di grandissima esperienza, come il già citato critico e fotografo Luca Silvestri, il gruppo spalla di Steve the Rock, i Butterfly's Wings, l'artista e pittore Sauro "the lizard king" Dazzi, il poeta gallese e cantautore blues, Daniele "Muddy Dan" Gigli, il roadie Dario "Symphony Of Destruction", il tecnico del suono e vignettista del New York Times, Marco "Pink Floyd" Francesconi, che collaborerà per la scenografia del "the Wall tour 2010/2011" di Roger Waters, il critico e sassofnista Nicola Fontana, il latitante Lorenzo "El Chico" Bacci, il bassista e modello di D&G Francesco "Happyness" D'Angiolo e tanti, tanti altri.

Quindi, se siete in cercadi un contratto, o volete incontrare un vero simbolo del rock'n roll storico, cercate di rintracciare Steve The Rock, a cui l'intera redazione di "in Through the out Door" fa gli auguri, essendo questo articolo pubblicato il 27 gennaio 2011, appena in tempo per il suo 61esimo compleanno, e giustificando il secondo motivo per l'importanza di questo articolo.
Ronnie Van Zant :" Steve ci diede la possibilità di lanciarci come gruppo. Dedicargli Sweet Home Alabama era il minimo"
Robert Plant : "A Knebworth nel 1979 eravamo tutti molto preoccupati dalla possibilità di fare fiasco. Ma quando vidi arrivare in elicottero Steve per essere con noi, capii che ce l'avremmo fatta"
Pino Scotto : " Le palle si vedono alla lunga distanza, e Steve le ha dimostrte fino in fondo, non come marco carta o alessandra omorosa o quel che cazzo è. Vai Steve. E tutti voi, fottetev, pezzi dimmerda"
Frank Zappa: " A Los Angeles nel 1976, non eri nessuno se non eri con Steve"
David Gilmor: " non è una questione di avere una grande attrezzatura. Non si diventa Steve the Rock con una fender stratocaster."
Michael Schenker : " Se oggi uso ancora una flying v, lo devo solo a lui. Che Do lo benedica."

Grazie mille Steve! E tanti, tantissimi auguri, da me e dal resto della redazione (Edoardo "PFM" Cosci) !

domenica 9 gennaio 2011

Black Mountain - Wilderness Heart

"A volte è bello venire qui negli Stati Uniti, venire sulla Terra.... poi torneremo a casa, in Canada. Nello Spazio"





Salve a tutti fratelli di Rock'n Roll! Benvenuti al primo articolo di questo 2011 che è appena iniziato, e che speriamo di continuare nel nostro modo di essere, ovvero, con tanta tanta buona musica. Nello stereo, e nel cuore.

Quello dei Black Mountain è un viaggio che ha avuto inizio già da qualche anno. E' infatti del 2005 il primo disco omonimo, che ci presenta un gruppo che non ha paura di osare, di ripescare nella musica dei favolosi '70, per attualizzare quel concetto di musica, e di portarlo al massimo, di sperimentare e di mettersi in gioco. Tuttavia, sarà un giudizio personale, ma "Black Mountain" a mio parere, è un disco che ci dice soltanto che questi ragazzi, hanno un futuro, ma che non sono ancora maturi. Nonostante la genialità compositiva dietro quel disco, manca qualcosa per renderlo un grande disco di rock psichedelico, nonostante le grandi tirate stonerizzanti, i pesanti ed osessivi riff (ancora una volta ringraziamo Mr. Tony Iommi ed il suo "Master of Reality") non sono sufficentemente calibrati per durare al peso degli anni.

Il secondo disco, "In the Future" è stato invece molto piu amato dalla critica, che ha cominciato a riconoscer loro i meriti di un grande grupo emergente, ma sfortunatamente io non sono ancora stato in grado di ascoltarlo, quindi non posso dare un giudizio.

Posso però dirvi che quando ho preso "Wilderness Heart" ero molto scettico al riguardo, e mi aspettavo poco e niente da ciò che avevo sotto mano.

Quanto mi sbagliavo...

I Black Mountain, decisamente si sono dati da fare nello sfornare questo nuovo lavoro in studio, e gli anni di gavetta tra i locali e gli stadi si fanno sentire.

Per la produzione del disco, i BM si sono affidati a due diversi produttori, uno specializzato nell'arricchire le sonrità con grandi trovate acustiche, e l'altro, un seguace della dottrina "less is more", ovvero, incaricato di spolpare ogni pezzo da ciò che non è necessario. Insomma, due produzioni piuttosto distinte, che si sono trovate a completarsi a vicenda, hanno caratterizzato tantissimo il disco, che è stato definito dai suoi stessi creatori, come il piu "metallico" della loro carriera.

La prima traccia è stata ampiamente pubblicizzata, ed è divenuta subito molto popolare, grazie al video che viene spesso proposto dalle TV musicali.

Il pezzo è "The Hair Song", bellissimo brano, forse troppo "commerciale" a seconda dei gusti, perde nella ricerca sonora che caratterizzava il gruppo, ma niente paura, lo spirito della sperimentazione non mancherà a nessuno una volta arrivai a "Old Fangs", il secondo brano, piu pesante e cupo nelle chitarre, piu spaziale nelle tastiere e nei sintetizzatori, piu epico nel duetto vocale tra il cantante/chitarrista Stephen McBean (un "Grande Lebownski" piu serio e canadese) e la vocalist Amber Webber.




Il suono del gruppo si può descrivere bene come un hard rock classico, farcito con i primi dischi dei Black Sabbath e tonnellate di echi Stoner, sopratutto riscontrabile nei pezzi di basso e batteria, e non manca un lato acustico/elettrico tipicamente Zeppeliniano, come nei pezzi "Radiant Hearts" e "The Space Of Your Mind", dove si ritrovano anche elementi di blues e folk
americano, e ovviamente, le onnipresenti sonorità psichedeliche, come in "The Way To Gone".

I pezzi piu pesanti sono sicuramente "Let Spirits Ride" (chi ha dimestichezza con "Neon Knights" dei Sabs di Dio non avrà problemi a riconoscervi una gradissima influenza nei riff) e "Rollercoaster", dove il confine con lo stoner si assottiglia sempre di piu.

Ed ancora, incredibilmente toccanti ed armoniche, sono le malinconiche ballate acustiche di "Buried By The Blues" e "Sadie"


Questo disco è una di quelle uscite che mi fa capire che c'è ancora possibilità per la musica oggi, alla faccia di gruppi come gli Airbourne, capaci solo di rubare riff agli AC/DC, o ad altri coetani, che vedono nell'estremizzazione del suono e della velocità la chiave per un gruppo capace di esprimere ancora qualcosa.

I Black Mountain, seppur nei loro limiti, sono uno dei grandi gruppi di ora, che non possiamo permetterci assolutamente di perdere

mercoledì 29 dicembre 2010

Dennis Wilson - Pacific Ocean Blue



Salve a tutti Fratelli di musica, e benvenuti all'ultimo articolo di questo 2010 che ha segnato il ritorno del nostro sito, e per concluderlo, ho scelto un disco che spero possa piacervi tanto quanto è piaciuto a me.
Il disco, è Pacific Ocean Blue, il primo disco solista di Dennis Wilson, l'ex batterista dei Beach Boys (ma che ben poco ha da spartire con i vecchi ragazzi da spiaggia di tanti anni prima).
L'album fu il primo poubblicato come solista da uno dei membri egli scioltisi Beach Boys, ed uscì nel 1977, riscuotendo immediatamente un grande successo commerciale.
Descrivere la musica di questo disco non è facile, poichè si tratta di canzoni non ordinarie, e che non corrispondono ad un particolare schema compositivo, e giocano il loro forte nella composizione nata attorno agli arrangiamenti di pianoforte che Dennis buttò giu quasi per scherzo.
La musica di questo disco ha il potere di trasferire le emozioni che provava all'epoca il batterista, e come dissero del disco, "ancora oggi, dpo 30 anni dalla sua uscita, Pacific Ocean Blue trasmette l'idea di un uomo in pace con se stesso e con la vita".
La prima traccia è senz'altro, a mio parere, la migliore in assoluto, un incredibile pezzo di grande impatto, è una specie di love song, che però è diretta verso il fiume, verso il mare, verso quella libertà e sconfinatezza che agli uomini è permesso solo di immaginare, senza mai poterla possedere, denunciando la vita di città, ed elogiando la pace e la serenità della natura.
Intensa come poche, River Song è senz'altro quella canzone, che se anche non vi interessasse il disco in se, bisogna ascoltare.
La seconda, What's Wrong, è un pezzo che prende le sue radici nel R&B, molto piacevole ma senza bissare la passione della prima, Moonshine invece, è un pezzo piu tendente ad un formato per radio FM, ma conFriday Night, Wilson, riesce a ricreare sonorità piu ricercate, e con un intro di sintetizzatori, che ci fa calare perfettamente nei panni di chi ha bevuto un boccale di troppo, e con il suo vocione, decanta il suo amore per il rock'n roll, come autentico "cibo per l'anima".
Un altro pezzo da segnarsi è sicurament Dremer, che con una sezione di fiati si lterna con chitarre distorte ed un roco blues da molo.
Le canzoni che vanno da qui a Pacific Ocean Blues purtroppo soffrono il peso degli anni, mentre arrivati alla Title Track, ci troviamo davanti un ottimo Funk R&B, originale e ancora bellissimo da ascoltare, e lo stesso vale per le due tracce successive, Farewell My Friend e Rainbows,

seppur con un orientamento piu soft, risultano ancora piu che piacevoli, ma è con End of The Show che ritorniamo ai grandi livelli di Dennis.
End of The Show, è senz'altro il pezzo pefetto per concudere un disco, ancora di piu, se è Pacific Ocean Blue. Purtroppo ( o per fortuna) quest'armonia è spezzata dalle tre bonus tracks aggiunte nella ristampa del 2008, in cui riemergono i sentimenti fondamentali a Dennis per incidere i suoi pezzi, ed ognuno di questi tre "nuovi arrivati" costituiscono i pezzi di un mosaico piu grande, che non è Pacific Ocean Blue, ma è Dennis Wilson stesso, un uomo che sapeva ancora provare passione e amore, per ciò che lo circondava.
Se con i Beach Boys, Dennis (nonostante i pochi interventi compositivi da lui apportati al repertorio dei fratelli Carl e Brian) ha fornito la colonna sonora ideale per una giornata di Surf tra le onde della california, in puro stile "un mercoledì da leoni", in Pacific Ocean Blue, ci ha regalato le composizioni perfette per la sera successiva, mentre si osserva il sole che si spenge lentamente nell'oceano, guardando i contorni arancioni di tutto ciò ch ci circonda, stanchi, con ilsalmastro ancora impregnato nei capelli, e l'aria impregnata dal fuoco che brucia nei bivacchi della notte. E con uno stereo acceso, con Dennis che canta, immerso nel fascino, di quel tanto amato oceano.


venerdì 26 novembre 2010

Wolfmother - Wolfmother

Chi ha detto che il rock nel 2000 è entrato in coma, non ha fatto i conti con l'Australia.
Già, perchè è proprio dalla terra dei canguri che ci ha dato gli AC/DC che arriva la
(allora) formazione a tre degli Wolfmother, composta da Chris Ross al basso ed alle tastiere, Myles Heskett alla batteria, ed il geniaccio da cui deriva tutto, Andrew Stockdale, compositore, chitarrista e cantante.




Gli Wolfmother sono nati nel 2003, ed escono col loro primo album di produzione mondiale, dapprima in Australia sulla fine del 2005, e poi, nei primi mesi del 2006 in tutto il mondo, ottenendo immediatament un grande seguito e molti apprezzamenti, e vengono inoltre scelti per suonare Communication Breakdown all'introduzione dei Led Zeppelin alla Rock'n Roll Hall Of Fame, ma durante il 2008, a causa di divergenze interne, gli Wolfmother rischiano lo scioglimento, che però si conclude "soltanto" con l'allontanamento di Chris e Myles, che vengono rimpiazzati nel corso dell'anno, in tempo per la pubblicazione di un secondo disco, Cosmic Egg, uscito nell'ottobre del 2009 in tutto il mondo, e che io non ho ancora sentito, non potendo quindi commentarlo in alcun modo, tranne che per qualche pezzo quà e là passato alla radio, che però sinceramente, non mi ha entusiasmato piu di tanto.

Il primo disco della formazione originale invece, è uno dei migliori esempi di hard rock/stoner usciti negli ultimi anni, che unisce sapientemente le basi dell'hard dei Led Zeppelin, AC/DC e gli Who, la psichedelia visionaria dei Doors, la furia del garage rock degli MC5, il doom metal delle basi dei Black Sabbath, ed ovviamente, un incredibile quantità di stoner direttamente dai Kyuss (considerati da Stockdale, fondamentali per l'esistenza degli Wolfmother).

Il primo pezzo assomiglia veramente ad un brano della prima formazione dei Black Sabbath, Dimension, venato di Kyuss e molto pesante, un inizio, che per gli anni in cui è pubblicato, è semplicemente sbalorditivo, anche se molto, forse troppo, legato alle sovracitate band.

Piu originale è invece White Unicorn, eccezzionle pezzo in cui abbiamo un grande stacco pulito/overdrive, e dove si evidenziano anche le grandiose potenzialità vocali di Andrew Stockdale, oltre che ad uno psichedelico finale di tastiera, e ad una batteria potente e mai esagerata, un brano hard stoner che finisce in una morbida psichedelia.

Al numero tre abbiamo la famosissima Woman, che a mio parere, è però inferiore rspetto ad altri pezzi veramente eccezionali presenti nel disco, ma che comunque non costituisce una caduta di tono, quanto piu che altro una ripresa delle sonorità già sperimentate, ed anche il testo non è particolarmente originale, decisamente piu accattivante è Where Eagles Have Been, introdotta da un morbido intro acustico, e dove spaziano i pesanti e cadenti accordi di Andrew, intervallati da stacchi brillanti di basso, e con un altro eccezionale finale psichedelico, costruito con organi psichedelici, e con un brillante e semplice assolo, in cui Stockdale dimotra la sua grande abilità di chitarrista, capace di mischiare ritmi tipicamente stoner, con assoli molto hard, semplici ed efficaci, senza mai cadere nel banale, e senza scadere nell'eccesso.




Ma è con Apple Tree che si comincia a fare sul serio, un pezzo piu raffinato e dove ritorna lo stoner del deserto, e subito dopo, Joker & The Thief, forse la punt di diamante del disco, la piu originale, la piu significativa, e forse anche la piu famosa, brillante e visionaria, si fa notare grazie all'intro di chitarra che sfiora lo space rock degli Hawkind per tornare improvvisamente su di un riff molto hard, sostenuto da un accoppiata di basso e batteria semplicemente unico, si tinge di psichedelia sul finire, ed entra di diritto nella rosa del gruppo.

Nonostate il capolavoro che è Joker & the Thief, il pezzo di cui piu mi sono innamorato di questo disco è sicuramene il seguente, il pezzo stoner per eccellenza, Colossal.

Non ci sono cadute di tono, non c'è un minimo cedimento di adrenalina, il tutto gira attorno ad uno splendido riff, che dimostra ulteriormente le grandi capacità di Stockdale di unire abilità e semplicità, oltre al suo lavoro di songwriting, che raggiunge in questo pezzo, livelli altissimi, e lo stesso si ripete con Mind's Eye, da cui è stato anche estratto un singolo ed un video molto gettonato.

Con Pyramid abbiamo nuovamente a che fare con un brillante campione dell'originalità degli Wolfmother, mentre con Witchcraft, a mio parere, abbiamo un leggerissmo cedimento, ma niente paura, ci pensano Tales, intervallata da stacchi di acustico/overdrive, Love Train, con una forte ripresa di hard stoner, e Vagabond, un acustico (intervallato da muri di suono imponenti) pezzo dedicato all'amore ed alla vita libera, in linea con ideali hippy trasmigrati nel 2000.

Per potersi gustare al massimo questa perla, sarebbe inoltre necessario procurarsi il DVD , Please Experience Wolfmother Live, in cui vengono riproposti tutti i brani con un energia unica, dimostrando il grande valore che questa band aveva nella sua formazione originale. Purtroppo il secondo disco è stato cinsiderato molto inferiore al primo, ma non è il caso di gettare subito la spugna: aspettiamo il terzo Wolfmother.

giovedì 7 ottobre 2010

The Ramones - It's Alive

Cosa è il punk oggi? Citando Bon Scott, "niente piu che un gruppo di ragazzini che urlano Anarchia e Stupro, ma che alla fine non sanno nemmeno suonare" .

E guardando ai gruppi che ne compongono le file, la descrizione che ne dà Bon è incredibilmente immediata e precisa.
Ma da qualche parte questa gente dovrà pur aver preso l'idea di poter fare musica senza sapere cosa stavano facendo, senza saper suonare e senza capire perchè erano in quella situazione. E l'idea è venuta dalla "santa" trinità del punk delle origini, coloro che avevano preteso con la forza di dire no ai virtuosismi musicali ed alle eccedenze contro cui il rock stava profonando, facendo marcia indietro, e loro, i primi ed i piu puri, questo se lo potevano permettere: gli incompetenti, odiosi, inutili e orribilmente sopravvalutati Sex Pistols, gli agguerriti e feroci Clash, e coloro che piu di tutti riescono ad unire i punk ai rockers di tutto il mondo, i velocissimi, sfrenati, esuberanti e divertenti Ramones!

Nessun gruppo sarebbe mai riuscito a ripetere quella sequenza di power chord senza limiti che prendeva spunti direttamente dal rock'n roll delle origini (i Beach Boys ne sanno qualcosa).


I Ramones nascono alla fine degli anni settanta a New York con la formazione di Johnny Ramone alla chitarra, il gigante Joey Ramone alla voce , Dee Dee al basso ed il carismatico Tommy Ramone alla batteria, la formazione dei primi sconvolgenti album, tra cui cito i due piu importanti, il primo omonimo album "Ramones" ed il capolavoro in studio "Rocket To Russia".

Ma per assaporare al massimo la loro potenza, i Ramones hanno all'attivo di questa formazione hanno un autentico gioiello in sede live, ed è proprio questo It's Alive!

Registrato la sera di capodanno del 1977, a Londra, questo disco contiene il gruppo alla sua massima potenzialità, con un scaletta incredibilmente lunga (ben 28 pezzi per un solo disco) e completativa.

La partenza non risparmia nessuno con Rockaway Beach, che apre le danze dopo l'attacco "one-two-three-four.." che si ripeterà pressochè sempre durante il disco.

Descrivere ogni singolo pezzo di questo disco è un impresa del tutto vana, perchè credo che tutti possiamo affermare che i Ramones non hanno mai brillato per originalità compositiva, e si tratta perciò di pezzi di purissimo Punk Rock, che consiste in una rivisitazione del rock'n roll dei 50, condito con la lezione dell'hard'n heavy dei primi settanta, con canzoni veloci, che entrano subito in contatto col favore del pubblico, grazie a testi attinenti alle problematiche sociali di quasi tutti i ragazzi di quel periodo, trattati con ingenua enfasi e con inni da stadio unici nel loro genere.

La scaletta lascia poco a pensare: Bltzkrieg Bop è la punta di diamante del gruppo, con quel tormentone di "Hey-Ho-LET'S GO!" che tanto galvanizzava i fan di tutto il mondo, con il riff di Johnny forse piu coosciuto ed imitato, Sheena Is A Punk Rocker, un altro pezzo che entra di diritto nei classici della band, Commando, una specie di colonna sonora per il Vietnam (alla quale, ahimè, Johnny si dichiarerà molti anni piu tardi, favorevole, lodando inoltre il partito repubblicano ed il Presidente George W. Bush. Nessuno è perfetto),

Surfin Bird, il pezzo cover dei The Trashmen, con l'epica "Don't you know, about the bird, everybody knows the bird is the word?", la colossale Cretin Hop, traccia di apertura del loro capolavoro, Rocket To Russia, Chainsaw e California Sun, che presenta qualche cambiamento interessante negli stacchi, la cover dei Beach Boys, Do You Wanna Dance, dove piu che mai sono evidenti le radici dell'America anni 50 che i Ramones mostrano 30 anni dopo, quando ormai l'età del conformismo post bellico era storia, e l'ombra della grande bomba rossa si affacciava prepotentemente nella vita di tutti gli Stati Uniti, dando inizio alla Rivoluzione dei '60, e che da li a poco avrebbe incontrato il suo degrado con la fine dei 70, e dove i Ramones reclamavano il loro posto in cima alle vette discografiche.

E sono ancora tantissime (troppe!) le canzoni che meritano di essere ascoltate in questo disco (prendiamo Judy is a Punk e We're a Happy Family solo per citarne alcune), ma è innegabile come il riuscire ad ascoltare l'intero disco tutto d'un fiato sia un impresa degna di nome, ma che almeno una volta nella vita bisogna sperimentar
Insomma, in questo disco, i Ramones hanno racchiuso per intero il loro lavoro là dove meglio gli riusciva: davanti al loro regno di giubbotti borchiati e jeans attillati !

E coe sempre...

GABBA GABBA HEY!

sabato 2 ottobre 2010

Quatermass - Quatermass

Avete presente quando sfogliate libri o riviste musicali e vi cade l'occhio su di una foto che vi rapisce fin dal primo istante? Bè, talvolta mi è capitato, e per i Quatermass, è una di queste occasioni.
Stavo leggendo un libro della collana Atlanti Musicali della Giunti, il volumetto sul Progressive Rock, e sfogliando, arrivo ad una mega foto divisa in due pagine che introduce il secondo capitolo, dedicato ai gruppi minori.


La foto, colpisce subito per l'impatto dei colori tendenti verso il grigio, e rappresenta un gruppo di pterodattili che volano in mezzo a ciò che sembrano due grattacieli scagliati verso il cielo (ma che potrebbero essere benissimo tutt'altro), ed è firmata dalla intramontabile Hipgnosis, lo studio fotografico autore delle copertine della maggior parte dei dischi dei Led Zeppelin (da Houses of The Holy in su), dei Floyd (la prossima volta che vi chiederete di chi sia stata l'idea del prisma, della mucca e dell'uomo in fiamme andate a rivedrvi questi ragazzi) degli UFO, ELP, Genesis, AC/DC e tanti altri ancora.

Basta uno sguardo, e già decido di approfondire. Ricerco allora sul libro gli autori di quel disco, e li trovo: Quatermass.

E da li, la curiosità non ha accennato a smorzarsi. Il gruppo infatti risultava composto da soli tre elementi, com per gli ELP, e che avessere lasciato ai posteri unicamente un disco (Quatermass II non contiene che il batterista Mick Underwood della formazione originale, ed è pubblicato oltre 20 anni dopo il primo, ben dopo lo slpit off del gruppo.

Inutile dire che i passi successivi sono stati solo due: Procurarmi il disco ed ascoltarlo.

I Quatermass, composti da John Gustafson, basso e voce, Pete Robinson, tastierista ed il già citato Mick Underwood alla batteria, si uniscono e pubblicano questo disco nel 1970, forgiando una lega di Hard Rock e progressive che ricorda una possibie fusione tra Deep Purple e ELP.

La prima traccia è una sorta di introduzione (Entropy) ed è una sinfonia visionaria e sognatrice in cui risaltano gli organi di Pete e il basso condito di wah wah di Gustafson, ma precipita ben presto in un frenetico stacco di sintetizzatori, poi il terreno viene battuto nuovamente dalle tastiere, ed infine la batteria apre le danze con un ritmo martellante e sostenuto, regalandoci Black Sheep Of The Family, uno dei pezzi piu brillanti ed esaltanti del disco, che in tutta la sua ideologia giovanie non cade mai nel banale, ed anzi, riesce ad essere espressiva ed originale, tanto che persino i Rainbow di Ritchie Blackmore la coverizzeranno nel loro primo disco, in una versione, che seppur gradevole, non raggiunge i livelli di questa creazione originale.

Il secondo pezzo, Post War Saturday Echo, si apre ancora una volta con un introduzione di organi dal sapore epico e monumentale, ma lascia presto spazio ad un pezzo che ha piu (ma molto piu) del blues che del progressive, è una straziante visione di una realtà devastata, un pezzo dove il delay ha un ruolo cardine, ed è, a mio parere, il pezzo piu interessante e meglio riuscito di tutto il disco, una vera e propria combinazione di tempi e generi, una fusione di progressive spermentale e blues elettrico senza precedenti, che non lascia prigionieri. Epico.

Il pezzo successivo è Good Lord Knows è invece piu orientato verso un folk dallo stile sacro, quasi fosse una preghiera, e ci manca veramente poco, dove i sintetizzatori non si risparmiano, ed è senz'altro gradevole anche questo tutto forchè scontato e piatto, anche se si tiene in un piano piu rilassato che i prezzi precedenti, ma niente paura, Up On The Ground riprende in pieno le sonorità piu Hard Rock che possiate desiderare, e non si risparmia in potenza, ed è in questo pezzo che Mick Underwood e John Gustafson tirano fuori le loro abilità musicali che non hanno nulla da invidiare ad altri musicisti loro contemporanei, ed anche qui una buona dose di stacchi di tempi e ritmi ci tengono col fiato sospeso, cosi come Gemini, che spazia liberamente dall'Hard al progressive piu spaziale e poetico, e risultano addirittura avanti con gli anni rispetto al resto del nascente Progressive di quegli anni. Personalmente, temo che sarebbero stati in pochi a poter rivaleggiare con un gruppo del genere.

Make Up Your Minde parte purtroppo come un mezzo passo falso, lasciandosi indietro quegli arrangiamenti che fanno la differenza del disco e lasciandosi andare, quasi affossandosi, ma riprende presto quota e ripristina la grandezza che ci si aspetta, con una grande presenza dell'organo, e che diventa un autentica jam progressive dopo i tre si lasciano completamente andare all'improvvisazione in un pezzo che trasuda abilità da tutte le parti e non lascia spazio alle diffidenze.


In Laughin' Tackle abbiamo quello che è forse il pezzo piu ELPiano, piu progressive in assoluto, e dove ritroviamo un ulteriore dimostrazione delle abilità di improvvisazione. Questa volta a fare da padrone nella seconda parte del brano è Mick Underwood, che martella la sua batteria con l'abilità, la maestria e la furia di un intera sezione ritmica, che non stanca e non smentisce le aspettative, e si mantiene alto grazie anche alla presenza di un intera sezione di archi, tra violini, viole, violoncelli e contrabbassi ci portano avanti nel futuro di 10 anni, anticipandoci quella che sarà la musica del domani.

Ed a chiudere il disco orginale è la seconda, melodia parte di Entropy (Reprise), ma per chi avesse (come il sottoscritto) la ristampa in cd, ci sono altre due tracce, la rockeggiante One Blind Mice, che non risparmia colpi e riporta i ritmi al defibrillatore del lato piu Hard, e Punting, la piu eccentrica e visionaria delle tracce, piena di effetti di condimento, come wah per il basso, assolutamente assurdo e geniale, da non perdere per niente al mondo.

Un disco, in conclusione, che è una piccola gemma del Progressive Rock, anzi, un autentico Cult,

che consiglio vivamente a tutti, e nel caso vogliate dare un ascolto a qualhe canzone prima di convincervi, provate Up to The Ground e Post War Saturday Echo, non potete sbagliare.

Per saziare la curiosità di tutti, infine, accenno a ciò che è stato il futuro dei membri del disco dopo lo scioglimento: John Gustafson ha continuato a lavorare come session man per artisti e gruppi come Roxy Music e Ian Gillan Band, stesso destino per Mick Underwood, che oltre ad aver pubblicato dei dischi da solista, ha dato luce al sopracitato Quatermass II, mediocre Hard Progressive, e per Pete Robinson.

Buon ascolto gente.

venerdì 17 settembre 2010

Le Orme - Uomo di Pezza



Uno dei nomi che più ha lasciato il segno all'interno della fecondissima scena progressive italiana è sicuramente
quello de "Le Orme". La formazione, attiva fin dalla seconda metà degli anni 60 come gruppo beat, giunge alla svolta prog
con l'avvento del decennio successivo quando, con Aldo Tagliapietra al basso e alla voce (e occasionalmentee chitarra acustica),
Tony Pagliuca alle tastiere e Michi dei Rossi alla batteria pubblica Collage, caposaldo del genere non solo all'interno
del nostro paese ma anche all'estero. La consacrazione avviene però con
l'album successivo, pubblicato nel 1972: Uomo di Pezza. Questo disco racchiude un perfetto mix di influenze provenienti
sia dalla musica classica (Bach su tutti) che dalla musica popolare italiana unite alla sperimentazione avanguardistica
con il massiccio uso del Moog (uno dei primi gruppi al mondo ad usarlo).
Pure ai testi viene dato un ampio spazio, essi sono molto difficili da interpretare, poetici e descrittivi,
anche se spesso rappresentano soggetti molto diverse da quelli
che una prima lettura potrebbe lasciar trasparire. Il disco si apre con "Una dolcezza nuova",
lunga introduzione in cui una melodia di Bach al piano si confronta con la dolce voce di Tagliapietra e con gli altri
strumenti moderni suonati in maniera inconfondibilmente 70's. A seguire vi è "Gioco di Bimba": probabilmente la traccia
più famosa del gruppo, in cui viene affrontato il tema di uno stupro a danno di una innocente bambina raccontato in modo
molto enigmatico e affiancato ad una musica quasi fanciullesca."Una porta chiusa" invece
è il pezzo che rappresenta la parte più progressive e moderna del gruppo: in un crescendo e decrescendo quasi costante,
cambi di tempo improvvisi e un testo cantato in melodia inquietante la band da il meglio di se sul piano tecnico e creativo.
Il titolo della quarta canzone invece, "Breve Immagine", dice già tutto da cosa aspettarsi in questo pezzo:
la traccia è molto breve dato che non supera i 3 minuti: cosa assai rara nel genere, mentre il testo descrive un immagine sola,
probabilmente un ricordo affievolitosi con il tempo. Il disco nel frattempo scorre e arriva alla canzone più orecchiabile:
"Figure di Cartone", qui la melodia è molto legata alla tradizione pop italiana e forse creata anche per avere
successo fra il pubblico di massa, ma se si pone più attenzione e un orecchio più critico si nota che è il moog a farla
da padrone, prima con un riff molto coinvolgente che a metà pezzo sfocia in un assolo improvvisato che può sicuramente
essere annoverato come uno fra i migliori della storia: non c'è altro da aggiungere, va ascoltato e basta.
"Aspettando l'alba" racconta invece in chiave romantica l'avventura di due ragazzi sulla spiaggia ad aspettare il crepuscolo.
A livello musicale invece questo rappresenta il massimo per il gruppo dal punto di vista sperimentale, il suono del flauto
e la melodia dei sintetizzatori raggiungono atmosfere molto particolari e di rara bellezza.
Infine Alienazione funge da pefetto outro, uno strumentale di 6 minuti che, anticipando i Goblin in una musica veloce
e quasi horror trasmette paura, e desiderio di fuggire da questo mondo che forse per una convinzione non necessaria chiamiamo reale
ma che alla fine nessuno può dirci se lo è davvero. Per concludere, è sicuro che "Uomo di Pezza" ha fatto la storia
della migliore musica italiana e continuerà a rimanere nei cuori di tanti appassionati per lungo tempo, continuando
a crearsene di nuovi, perchè è il segno di come anche il nostro paese quando si impegna riesce a creare musiche che non
hanno niente da invidiare a nessuno.

martedì 14 settembre 2010

Kyuss - Welcome to Sky Valley

Kyuss. Kyuss. Kyuss. Quante volte li ho sentiti nominare. E quante volte non sono stato in grado di identificarli musicalmente. Mai sentito un brano, mai capito da che parte stessero, mai niente di niente, solo quel nome che occasionalmente ricorre (basta guardare negli archivi del sito).

Ma un giorno, sfogliando una guida dei gruppi, capito alla paina dei Kyuss... e qualcosa cattura la mia attenzione con la stessa forza d'atrazione di un buco nero....quel disco, quel Welcome to Sky Valley datato 1994. Ma non a caso, c'è un elemento ben particolare che mi colpisce.....la copertina. Unica, brillante, semplice, geniale, con quel cielo rosato, un paesaggio oscuro e illuminato solo dai fari di un crtello con la sua emblematica incisione : "Welcome to Sky Valley"
+
Subito decisi che quel disco, per quanto alieno mi fosse, meritava di essere ascoltato (complici anche le ottime recensioni che avevo su di loro da parte dei miei amici, e la mia voglia di conoscere meglio la corrente Stoner Rock)

Cosi, nel giro di una settimana il disco era nel mio stereo. E non ha lasciato superstiti.

La partenza a razzo con Gardenia chiarisce già le idee a chi (come me) non sapeva con chi avere a che fare. La chitarra distorta di Josh Homme, accompagnata dalle ritmichedi Brant Bjork (batteria) e Scott Reeder (basso) creano un muro di suono che definirei con il termine "altovolume" quasi coprono John Garcia, ed insieme tengono alto il termine Stoner nel disco, cn splendite trovate sonore, unendo la durezza del metallo alla melodia e l'ipnosi della psichedelia, senza mai abbassare di una tacca gli amplificatori.

Gardenia è la prima traccia della prima delle tre trilogie che compongono il disco, che prosegue con Asteroid, un pezzo che potremmo definire gli Hawkind del '94, e con Supa Scoopa And Mighty Scoop, forse il pezzo piu famoso del gruppo, il brano forse piu duro e devastante del disco, stoner al massimo livello, una vera bomba atomica alla quale non si può sfuggire, si distingueper i cmabi di tempi micidiali che lasciano a bocca aperta chi lo ascolta, in particolare nell'ultima parte della canzone, dove si stenta a riconoscerne la fine, concludendo cosi la prima trilogia.

La seconda si apre con 100°, veloce e pesante pezzo in conformità con gli standard del gruppo, dove trova posto anche un intermezzo funkeggiante, eseguio con la slita abilità di Josh con lo Wah, e che ci porta a Space Cadet, un pezzo acustico, assolutamente geniale, a parere personale, il miglior pezzo del disco, ipnotico e spaziale, definita da alcuni critici come "Asimov in california", e che non stona affatto come definizione, un autentico viaggio mentale attraverso le profondità dello spazio piu remoto, un esperienza unica, che dà piena forma ed espressione al disco, completandolo e donandogli il grado di leggendarietà che lo accompagnerà da li in poi.


E' una svolta sonora notevole, quella ottenuta con questo pezzo, che diventa un autentico calderone di psichedelia senza frontiere.

Ma subito dopo, con Demon Cleaner, altro pezzo di grande riscontro di pubblico, ed sicuramente uno di quelli piu ripresi anche come cover, un buon pezzo di stoner rock, cosi come Odyssey, ancora piu spaziale e pirotecnica della precedente, con un ottima prova per il cantante, assolutamente imperdibile che porta avanti la leggenda del disco, che non risparmia colpi con Conan Troutman, che apre l'ultima parte del disco con una fulminante potenza nella batteria e negli scambi di chitarre distorte di Josh, che le porta ad un orgasmo allucinante, e che riprende subito con N.O. , un altro esempio della grande originalità con cui è forgiato il disco, e che finisce con Whitewater, altra gemma dei Kyuss, che di li a poco sarà ripresa dai gruppi Alternative della seconda metà dei '90, come gli Smashing Pumpkins.

E' un pezzo pesante, ma con una grande musicalità e con i consueti cambi di tempo, veri e propri marchi d fabbrica del gruppo, dove Homme dà prova delle sue abilità soliste, dove gioca con un tira e molla con chi lo ascolta, e... con una Ghost Track poco dopo la fine della canzone, su cui non vi anticipo niente, senza correre il rischio di rovinarvi ilpiacere dell'ascolto.




Quindi dire senza troppi problemi, che Welcome To Sky Valley è un disco a dir poco fondamentale per chi si definisce un ascoltatore serio... e che personalmente giudico una grande prova della genialità musicale di artisti che nonostante i periodi magri (anche se gli anni novanta sono stati la culla del Grunge e dell'alternative seria) riescono a farsi vedere per quello che sono: un gruppo coi conrocoglioni.

venerdì 27 agosto 2010

Blackfoot - Highway Song Live

I Blackfoot sono probabilmente uno di quei gruppi che uniscono i fan di varie entità, unendo hard rock '70 al primo heavy metal, ma rimanendo uno dei migliori gruppi di puro Southern Rock, insieme a Lynyrd Skynyrd, Molly Hatchet, Allman Brothers Band e Creedence Clearwater Revival.
La formazione per questo disco comprende Rick Medlocke, voce e chitarra, Jackson "Thunderfoot" Spires alla batteria, Greg T. Walker al basso e Charlie Hargrett alle chitarre ritmiche e solista, e presente il gruppo in uno dei suoi momenti piu alti, non a caso inserito in classifica da Classic Rock tra i 50 live migliori della storia.

La partenza è devastante, con un southern veloce che non lascia prigionieri, Gimme, Gimme, Gimme, e non si ferma nemmeno con Every Man Should Know (Queenie) traccia piu ritmata e con assoli brillanti e pieni di carica blues, con stacchi piu leggeri, giocando su di un tira e molla che va avanti per tutto il pezzo, un grande inizio per questo gruppo che sembra intenzionato a non avere mezze misure per nessuno, e Good Morning suona tanto di Aerosmith in tinta Southern Rock, un ottimo pezzo in puro stile seventies, con tanto di partecipazione attiva del pubblico per i cori, e con una serie di scambi di assoli senza rivali.

I ritmi si appesantiscono con Dry Country e con Rollin' & Tumblin', veloci e martellanti, lasciano il posto a Fly Away, un pezzo un tempo piu simile ad una tranquilla ballad, ci viene presentata in puro stile Arena Rock, uno dei momenti piu alti del disco, nonostante la presenza di Southern si faccia sempre piu labile, i grandissimi assoli bluesy, i ritmi hard e la voce al whisky di Rick Medlocke si fanno onore senza mai perdere colpi.



E senza farci rimpiangere le paludi della louisiana ed il deserto del Texas, tenendo alto il nome del sud con la S maiuscola, con tanto di bandiera confederata, Road Fever è quel perfetto cocktail di hard sudista, e con Trouble in Mind ritorna invece quel blues affogato con Jack Daniel's che tanto ci piace, senza risparmiarsi in improvvisazioni degne dei migliori Hatchet, un pezzo ideale se riuscite ad immaginarvi in sella ad una Harley Davidson, l'autostrada infinita, il deserto in cornice ed un tramonto che tinge di arancione il vostro chiodo sgualcito ed impolverato.

In parole povere, un altro pezzo cardine, tiratissimo sul finire, con un grande tira-e-mollta tra Rick e Charlie, e per i piu tradizionalisti, Train Train rappresenta il massimo in fatto di bluesy per questo disco, un introduzione con armonica, un intro cavalcante di batteria/chitarra, un altra grande prova di riuscire a tenere caldo e partecipe il pubblico, e finalmente una slide guitar, dove i colpi non si risparmiano.

Ed ovviamente, con quale pezzo si può chiudere un disco cosi folgorante? Ovviamente, con la lunga Highway Song, la perfetta conclusione per un autentica calvalcata nelle radici del Southern.
Alcune persona criticano il disco per la mancanza di vero Southern, e lo considerano un prodotto troppo estremo per i loro gusti, ma a mio parere questo disco incarna perfettament quello spirito ribelle e puro da contaminazioni esterne che tanto hanno devastato la buona musica, e penso che tutti debbano pagar tributo, ad un disco cosi grintoso, che nonostante gli anni non perde lo smalto. Nemmeno dopo l'ultima (vera) traccia, Howay the Lads. Per chi ha sperimentato il disco, non occorre altro !

Dr. John - Gris Gris


E' stato molto piu facile di quello che pensavo, scoprire questo grande artista di New Orleans, il quale purtroppo rimane molto poco conosciuto in italia. Stavo riguardando Angel Heart, un film degli anni 80 con Mickey Rourke e Robert DeNiro, film che vi consiglierei, un thriller/horror ambientato a metà tra la fredda New York e la calda Louisiana di New Orleans degli anni 50.
Durante una scena, il protagonista, Harry Angel (Rourke) segue un vecchio bluesman, Toots Sweet, ad un rito Voodoo nel cuore della notte, e durante l'inseguimento, a fare da sottofono è una canzone leta, cupa, con quella voce dannata e roca, quasi un autentica canzone voodoo.
La mia reazione è immediata: all'1 e mezza di quel 29 giugno, mi metto a caccia dell'artista della palude. Provo su vari siti, ascolto varie canzoni che risultano sulla colonna sonora, ed alla fine, spunta lui: Dr. John, the night tripper.

La canzone del film era Zu Zu Mamou, che non appare in questo disco di cui stò per parlare, ma che vi consiglio vivamente di ricercare, dall'album The Sun, Moon & Herbs.

Questo disco è invece il suo debutto discografico del 1968, che per sonorità si può definire come un mix di canti Voodoo, musica tipica di New Orleans e R&B. Un genere indefinito per intenderci.

La prima traccia è Gris Gris Gumbo Ya Ya, un pezzo di cupissimo, tenebroso voodoo blues da palude, che mi ha tenuto compagnia durante le notti di luglio passate a leggere un libro sulla Louisiana (ad opera di Vittorio Franchini; Il Paese Della Musica Felice : Jazz, Voodoo, Alligatori)
Il testo si riferisce a Dr John, ma quello originale, ovvero, un popolare sciamano voodoo vissuto durante l'800, il titolo stesso, Gris Gris, è un richiamo al voodoo, in quanto si tratta di amuleti e portafortuni, erbe magiche e bambole voodoo.

La seconda traccia, Danse Kalinda Ba Doom, è ancora piu tipicamente popolare per la musica della louisiana, una vera e propria rivisitazione di canti popolari, molto interessante, anche se purtroppo suona oggi come un prodotto datato, ma stessa cosa non si può dire per Mama Roux, questa volta piu incentrato sul R&B di New Orleans, e di nuovo con un testo all'insegna della pratica del voodoo.

Dance Fambeaux è di nuovo un pezzo R&B con l'aggiunta dei cori popolari, con i bassi tirati al massimo ed una chitarra da festa popolare che ci accompagna per tuta la sua durata, ma con la quinta traccia, Croker Courtbullion è di nuovo un potente inno voodoo, pieno di atmosfera, con un piano ed una chitarra che si amalgamano in un tenebroso scambio psichedelico.


Jump Sturdy ritorna alle sonorità di musica popolare, ma purtroppo risente di sonorità ormai datate, e che non possono riaffermarsi ora come allora.

Ma il disco si chiude in bellezza, con l'ottima I Walk on Guilded Splinters, uno di quei pezzo che si va ad inserire nella lista dei "pezzi voodoo", un pezzo d'atmosfera, che sicuramente avrà occupato un posto di prima categoria durante le esibizioni di Dr John, che ha sempre fatto ricorso a grande teatralità ed a grandi scenografie.

Per quest'ultimo pezzo suggerisco anche di ricercare la rivisitazione degi Humble Pie fatta su Performance : Rockin' The Fillmore!

Non si tratta di un disco che a tutti può piacere, vuoi per questo vuoi per quello, ma se volete sperimentare qualcosa di assurdamente unico, procuratevi questo disco!